Mantra di apertura
Il mantra iniziale dell’Ashtanga Yoga non è una formula magica.
È un modo per raccogliere l’attenzione,
lasciare da parte il frastuono mentale e ricordare perché sei lì.
Non per la forma. Non per la performance.
Ma per vedere con più chiarezza te stesso,
pacificare la confusione e lasciare spazio alla presenza.
Recitare il mantra è un gesto semplice, ma intenzionale:
segna l’ingresso nella pratica prima ancora che il corpo inizi a muoversi.
ASHTANGA VINYASA YOGA

ॐ
oṃ
वन्दे गुरूणां चरणारविन्दे
vande gurūṇāṃ caraṇāravinde
संदर्शि तस्वात्मसुखावबोधे ।
saṃdarśita-svātma-sukhāvabodhe |
निःश्रेयसे जाङ ् गलिकायमाने
niḥśreyase jāṅgalikāyamāne
संसारहालाहलमोहशान्त्यै ॥
saṃsāra-hālāhala-moha-śāntyai ||
आबाहुपुरुषाकारं शङ ् खचक्रासिधारिणम् ।
ābāhu-puruṣākāraṃ śaṅkha-cakrāsi-dhāriṇam |
सहस्रशिरसं श्वेतं प्रणमामि पतञ्जलिम् ॥
sahasra-śirasaṃ śvetaṃ praṇamāmi patañjalim ||
ॐ
oṃ
Om
Il suono primordiale.
Mi inchino ai piedi di loto dei maestri,
che mostrano la conoscenza della gioia del Sé,
che agiscono come un guaritore verso il bene più alto,
per pacificare il veleno dell’illusione del ciclo dell’esistenza.
Mi inchino a Patañjali,
portatore di discernimento, chiarezza e conoscenza.
Note per la comprensione del mantra
Il linguaggio del mantra è simbolico. Non descrive eventi reali né promette risultati.
Parole come guru, veleno, guaritore o inchinarsi non vanno intese in senso letterale, ma come metafore dell’esperienza interiore.
Il guru non è una persona da venerare, ma il principio della conoscenza che illumina e rende visibile.
Il veleno non è qualcosa di esterno, ma l’errore di identificare il Sé con il corpo, la mente, i pensieri.
Da questa identificazione nascono confusione, attaccamento e reazioni automatiche che ci allontanano dalla chiarezza.
Inchinarsi non è un atto di sottomissione, ma un gesto di umiltà: riconoscere che la pratica non nasce dall’ego individuale
e che non si pratica da soli.
Nella seconda parte del mantra compare Patañjali, una figura centrale nella storia dello yoga.
A lui vengono tradizionalmente attribuiti gli Yoga Sūtra, il testo che ha sistematizzato lo yoga come percorso di osservazione della mente, dell’attenzione e del comportamento umano.
Oltre agli Yoga Sūtra, la tradizione gli attribuisce anche altri due ambiti di studio:
-
un testo di grammatica sanscrita
-
un testo di medicina ayurvedica
Questo fa comprendere come la sua figura non fosse legata solo alla pratica fisica, ma a una visione ampia che includeva linguaggio, corpo e mente come parti interconnesse dell’esperienza umana.
Dal punto di vista storico, non sappiamo con certezza quando sia vissuto né se si tratti di una singola persona o di una figura simbolica che raccoglie più contributi.
Patañjali viene tradizionalmente rappresentato con corpo umano e con teste di serpente che si aprono sopra il capo.
Il serpente, nelle tradizioni indiane, è simbolo di attenzione vigile, continuità e capacità di osservare senza distrarsi.
Nelle raffigurazioni tiene spesso in mano una spada, una conchiglia e un disco.
Questi oggetti vanno intesi come simboli delle qualità che lo yoga coltiva: discernimento, ascolto e chiarezza.
La spada rappresenta il discernimento: la capacità di “tagliare” ciò che confonde, di distinguere ciò che è utile alla pratica da ciò che nasce dall’attaccamento o dall’abitudine.
La conchiglia, strumento sonoro, richiama il suono e l’ascolto: l’attenzione che si risveglia, il passaggio dal rumore esterno all’ascolto interno.
Il disco rimanda all’idea di chiarezza e continuità: uno sguardo che osserva senza frammentarsi, una consapevolezza che non si interrompe al termine della pratica.
Le immagini delle mille teste richiamano una visione ampia, la capacità di osservare l’esperienza da più prospettive, senza identificarsi con un solo punto di vista.
Tutti questi simboli non chiedono fede, ma attenzione.
Vanno lasciati agire come immagini che orientano la pratica.
Ciò che conta non è tanto la biografia, quanto l’eredità del suo insegnamento.
Il mantra non va “creduto”. Va usato.
Serve a preparare corpo, respiro e attenzione all’esperienza della pratica.
Il vero inizio dello yoga non sono le posizioni, ma la qualità con cui ti presenti al tappetino.
Il mantra crea questa soglia.
Poi la pratica può iniziare.
Suono, vibrazione e corpo
Il mantra non agisce solo a livello simbolico.
La recitazione del suono produce una vibrazione reale, che coinvolge respiro, diaframma, gola e torace.
Il ritmo lento e continuo della voce tende ad allungare l’espirazione,
favorendo una risposta di regolazione del sistema nervoso
e una maggiore attivazione del tono vagale.
Questo si traduce in uno stato di maggiore stabilità interna:
il corpo si calma, l’attenzione si raccoglie, la mente rallenta.
Per questo, nello yoga, il mantra non viene semplicemente “letto”,
ma intonato.
La qualità del suono e dell’ascolto è parte integrante della pratica,
non un dettaglio estetico.
Prima ancora di comprendere il significato delle parole,
il corpo riceve il messaggio attraverso il suono.

Mantra di chiusura
ॐ
oṃ
स्वस्तिप्रजाभ्यः परिपालयन्तां
svasti-prajābhyaḥ paripālayantāṃ
न्यायेन मार्गेण महीं महीशाः।
nyāyena mārgeṇa mahīṃ mahīśāḥ |
गोब्राह्मणेभ्यः शुभमस्तु नित्यं
go-brāhmanebhyaḥ śubham-astu nityaṃ
लोकाः समस्ताः सुखिनो भवन्तु ॥
lokāḥ samastāḥ sukhino bhavantu ||
ॐ शान्तिः शान्तिः शान्तिः ।
oṃ śāntiḥ śāntiḥ śāntiḥ |
Possano i leader della terra proteggerci e guidarci su un sentiero virtuoso.
Possa questa generazione e tutte le generazioni future essere benedetta con auspiciosità
Possano tutti gli animali e coloro che conoscono la divinità essere benedetti con prosperità
eterna
Possano tutti gli esseri viventi essere felici
Om pace pace pace





